john e. williams, stoner

Se un libro cade nell’oblio per 40 anni forse un motivo c’è.

Il proposito che muove Stoner è quello di scrivere la storia di un uomo senza storia che vive una vita come tante, tra l’insignificanza e il fallimento; raccontare un protagonista che subisce la propria esistenza, peraltro priva di eventi che non siano i più comuni (nascere, andare a scuola, veder morire i genitori, lavorare, sposarsi, avere un’amante, invecchiare, morire), e lo fa per timidezza o incapacità di imporsi, per un senso di irraggiungibile estraneità rispetto al mondo, per una costitutiva incapacità di afferrare le cose, a volte per semplice stanchezza e in generale perché immerso in una visione che non riesce e non può superare il proprio naso. Senza però calcare sull’ironia e sul sarcasmo, al contrario: lasciando qua e là la traccia di un gentile ma fermo “preferisco di no”, suggerendo la presenza, dietro l’inettitudine, oltre il giardino, di un segreto non formulabile a parole.

È un proposito promettente almeno quanto lo è stato le altre duemila volte in cui qualcuno ha tentato di realizzarlo, forse a partire dall’inarrivabile modello flaubertiano di “Un cuore semplice” fino a Yates e ai minimalisti.

Ecco come Williams intende far funzionare il meccanismo che regge la leggibilità di una non-storia come Stoner: compensare l’assenza di eventi di rilievo con un forte accento posto sullo struggimento dei piccoli fatti, sulle microscopiche svolte invisibili a tutti tranne al protagonista e tutte indistintamente tritate dalla macina del tempo, catturare l’attenzione del lettore spingendo in particolare sul registro patetico e così insinuare l’idea che Stoner sia in fondo chiunque di noi, o almeno una probabile maschera di Williams stesso.

Questo risultato potrebbe essere raggiunto, come accade agli autori citati sopra, attraverso una prosa particolarmente – a volte microscopicamente, sempre ferocemente – personalizzata e ritorta. Non così in Williams il cui difetto è proprio la prosa. Delicata, tiepida, gentile come il suo personaggio. Ma del tutto priva di forza, inadeguata al compito. Nei rari episodi, nei rari dialoghi, nelle rare scene si risolleva un poco, senza peraltro quasi mai raggiungere una capacità evocativa che superi il piatto resoconto. Per il resto si adagia in sterminati sommari telefonati all’imperfetto – in quel tempo succedeva, spesso faceva, a volte pensava – che collocano bene il romanzo al livello semi-professionale che gli compete.

Gli esperti sottolineano il probabile carattere autobiografico del libro, il che ne spiegherebbe i corpulenti limiti: quando una prosa non riesce a trasformare il piombo dello struggimento consolatorio nell’oro dell’angoscia, quando si ferma sul punto più alto, quello dell’autoindulgenza, di solito è perché l’autore vuole – si suppone inconsapevolmente, giacché la capacità di scrivere benissimo non si impara e l’autore nulla sa dei propri moventi – salvare la rispettabilità del suo alter ego, oppure il proprio fondoschiena, secondo i casi.

3 pensieri su “john e. williams, stoner

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