tom wolfe, il falò delle vanità

 

Ascesa e caduta di un antiaereoe del nostro tempo, causa progressivo stritolamento negli ingranaggi della società. Bonfire è un bel romanzone di sapore vagamente balzachiano: qui l’ascesa a dire il vero è già avvenuta quando la storia inizia, ma l’acutezza e il realismo privo di qualsiasi illusione con cui i meccanismi sociali vengono descritti (ambizione, invidia, meschinità, vanagloria, cinismo, sopraffazione, tradimento, menzogna ecc), la costruzione di veri e propri “personaggi tipici” e l’attenzione conseguente a disegnare ritratti psicologici non idiosincratici, ma invece coerenti con il quadro generale e con le forze da cui i singoli sono mossi piuttosto che da “moti interiori”, paiono rispecchiare molto da vicino quella distinzione tra tipicità e medietà che, secondo Lukacs, smodato ammiratore di Balzac, distingueva il grande realismo dalle scivolate nel naturalismo e relative debolezze.

Ciò detto, e saldati i debiti col passato: Bonfire è scritto alla fine del XX secolo e non a metà del XIX, quindi c’è da chiedersi se l’operazione è svolta con criterio. Il ritratto del populismo politico-mediatico e senza dubbio ben riuscito ma, da lettore rompipalle, ho avuto l’impressione di essere di fronte a due romanzi distinti. Nel primo romanzo, quello dei primi capitoli diciamo fino alla cena di gala che segna l’inizio della fine sociale del protagonista, Wolfe appare, a mio parere, un po’ impacciato, quasi scolastico soprattutto nello svolgimento. Introduce i personaggi uno alla volta descrivendone l’ambiente e il modus operandi, invece che buttarli in mezzo alla storia, il che da una parte rallenta l’azione, dall’altra produce una sorta d’ansia malevola nel lettore: è piuttosto chiaro dall’inizio, infatti, che per il protagonista si metterà presto molto male e i primi capitoli scorrono quindi in una tortuosa e un po’ ansiogena introduzione che non giova alla resa. E non è suspense, a meno che la suspense non consista nel creare nel lettore un’angoscia anticipatoria incombente per l’avvento di un fatto nient’affatto misterioso, ma anzi del tutto prevedibile e risaputo, che viene solo procrastinato. Ricorrere a una suspense ben gestita per agganciare il lettore è un peccato veniale e perdonabile, ma creargli il sottile dispiacere di leggere rimandando un evento con cui il romanzo avrebbe invece quasi potuto esordire (in un altro mondo impossibile in cui questa fabula e questo intreccio fossero in un rapporto diverso e meno lineare), è un attentato alla sospensione di incredulità. In questa prima fase anche la scrittura appare, pur ovviamente di grande qualità e brillantezza, un po’ irrigidita: la successione delle focalizzazioni interne, per fare un esempio, sembra gestita in modo troppo meccanico e ripetitivo, anche se è indubbiamente acuta nei contenuti. È vero che, ognuna presa per sé, le scene sono belle (il ritratto del procuratore e delle sue patetiche ambizioni amatorie, la scena della manifestazione pubblica fasulla, la vita del tribunale che pare uscita da un romanzo russo, la corte del leader nero e la figura comica dell’esattore per conto dei preti…); è il meccanismo che le fa succedere a sembrare un po’ farraginoso e meccanico, forse, azzardo, troppo preso dall’imitazione di un modello nobile.

Ma poi ecco che, più o meno a partire dalla bella scena della cena di gala, il libro quasi improvvisamente decolla come un razzo: quando finalmente l’autore si libera della tirannia della trama – quando finalmente consegna il protagonista al suo destino e quella finta suspense, alquanto telefonata, si scioglie – ecco che la scrittura inizia a friggere, i registri si definiscono meglio e la materia è gestita con vero e proprio virtuosismo: la meticolosa e un po’ scolastica attenzione psicologica dell’indiretto libero diventa allora apertura visionaria, i quadretti un po’ dimessi di interni dell’inizio vengono trasfigurati ed esplodono al di là del loro interesse mimetico/sociale, e mi pare che anche la lingua segua lo stesso processo di surriscaldamento, fino alla concitazione folle della scena del processo, un vero capolavoro.

Tutto il problema, sempre che la mia lettura sia sensata e io non sia ubriaco, nasce dalla gestione della trama: se viene dissimulata artificialmente, apparirà naturale al lettore. Ma se viene gestita meccanicamente, ecco che la scrittura si svuota o si irrigidisce (Manganelli diceva, parlando di un famoso best-seller: è un libro senz’altro godibile. Però, se tolgo la trama, resta la pagina bianca. Non si sente alcun rumore, e se non si sente il sottile rumore della prosa, magari è una bella storia, ma il compito del narratore è fallito). Nella sua prima parte Bonfire, secondo me, risente dei difetti di quei romanzi in cui la necessità di gestire una trama lineare e potente, ricca di fatti in rapida successione, mette in ansia da prestazione lo scrittore. Poi “il fatto” accade, l’interesse per la sua didascalica esposizione decade, e da lì è davvero un altro libro.

2 pensieri su “tom wolfe, il falò delle vanità

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  2. supra black[43] Je suis age9 de 19 ans te9traple9gique femelle et dune me8re dune ptetie fille de deux ans. Je ne suis pas en mesure de travailler e0 cause de mon handicap mais jai un ordinateur e0 commande vocale et je sais beaucoup de choses sur les ordinateurs et lIntern

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