di nuovo spari in centro

A un certo punto in Italia, fine anni ’70, c’era più o meno un attentato al giorno. Un giorno mi telefona un mio compagno del liceo – entrambi impegnati da ragazzini in oratorio col prete operaio di turno, poi a scuola a far quel po’ di politica da liceo: c’era una certa precocità a quei tempi, giuro che si andava in manifestazione già alle medie, in seconda liceo eri il veterano dei pischelli, in quinta un dirigente cittadino. Del resto ad altre latitudini a quella età avevi due figli, cosa c’è da guardare? A Milano invece se volevi essere figo o eri autonomo o sanbabilino (poi c’era DP, appunto). Noi la prima. E tuttavia non deficienti, lo sapevamo che gli attentati stavano fregando noi per primi. Che sarebbe arrivata la reazione e avrebbe spazzato via tutto. Che i br e gli altri clandestini erano prima ancora che criminali e nemici, dei colossali coglioni. Insomma mi telefona e mi fa, un po’ affranto: «Hai sentito oggi, hanno sparato a X. È terribile». E io mi sono sentito rispondere: «… Embé, capirai. Cazzi loro. Si suicidino. E poi chissenefrega, basta, mi sono rotto i coglioni, siamo altro, facciamo altro». Messo giù il telefono ho osservato il mio cinismo da assuefazione, che era probabilmente una forma sana di sopravvivenza, un modo per uscire da un clima che ti voleva per forza dentro un pozzo a fare a botte con altri ugualmente dentro il pozzo. Non mi sentivo in colpa o disumano. Volevo semplicemente vivere, cazzo, a 15 anni, potevo mica essere un reduce. Probabilmente sono stato il primo ragazzetto anni ’70 che inaugurava un suo personale riflusso nel privato, che da quell’anno divenne oceanico e generale (tra i 15 anni e i 50 c’era chi rifluiva nell’eroina, chi nel sufismo zen, chi in Nietzsche e negli Adelphi, i più nella febbre del sabato sera). Naturalmente poi gli anni ’80 furono una vera merda per me e per il mio amico, filarsela un momento prima della tempesta non ti fa diventare di colpo un socialista rampante. E negli anni ’90 avrei sperimentato, stavolta senza filarmela, la gioia dell’eterno ritorno e la compulsione nell’errore. Non si avanza che a ritroso, e non si impara mai niente.

quattro quadri milanesi

***
Un giorno di agosto del 1967, intorno alle sette del mattino, una Fiat 850 imbocca via Sant’Elia e costeggia rumorosamente la collina detta “di San Siro”. Angelo, al volante, sta raccontando al maggiore dei suoi due figli, di anni sette, l’origine di quella singolare gobba di prati ingialliti che si alza appena sull’orizzonte milanese sterminatamente piatto, di rado sorvolato da svincoli autostradali e palazzi di nuova costruzione.

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science friction


# 36
Un ricercatore scopre che, in base a complicati calcoli demografici, la specie umana si estinguerà entro i prossimi 5000 anni. È anche in grado di stabilire di chi sarà discendente l’ultimo umano sulla Terra: si tratta del pro-pro-pro-ecc.nipote di un giovane impiegato presso un’agenzia immobiliare di Bristol, attualmente scapolo e senza prole. Consueta ressa di fotografi e televisioni, poi la notizia, come tutto, passa in secondo piano. L’uomo, un fatuo piccolo borghese dedito a innocue vanità, rimane molto toccato dalla singolare scoperta e dopo aver vagliato attentamente le decine di profferte amorose di sconosciute giunte via posta miranti al titolo di "grembo dell’ultimo uomo sulla Terra", decide di scrivere una lettera a quel suo lontanissimo e futuro parente, per il quale crede di provare un affetto toccante e sincero. Nella lettera si diffonde su molti particolari intimi e irrilevanti e si rivolge al pro-pro-pro-ecc.nipote come a un figlio, dandogli del tu. Alcuni giorni dopo l’uomo viene investito sulle strisce pedonali da un autotrasportatore che aveva esagerato con la birra e muore nel trasporto in ospedale. Nei mesi successivi la donna che aveva "scelto" millanta pubblicamente una fecondazione mai avvenuta e, messa incinta dal suo ganzo, ottiene una pensione dallo stato. Il figlio fuggirà di casa a 16 anni e farà perdere le sue tracce. La lettera scritta all’ultimo uomo non verrà mai ritrovata. Per il vero finale occorre tuttavia attendere circa 5000 anni.

# 18
Su un pianeta lontano la società è rigidamente divisa in due: un gruppo di abitanti opprime l’altro in modo esplicito e plateale. Coloro che si ritengono superiori trattano gli altri da subumani sottoponendoli ad angherie e umiliazioni fisiche e psicologiche, esercitando su di loro un comando così radicato, che molti tra gli inferiori lo considerano parte dell’ordine naturale delle cose e altrettanti nemmeno se ne accorgono, sorridendo spesso tra di loro per l’ingenuità di quelli che manifestano qualche dubbio al riguardo. Un’antica profezia, sconosciuta ai più e fraintesa dagli altri a causa del suo linguaggio fortemente metaforico, pare tuttavia annunciare l’arrivo, in un tempo imprecisato, di un eletto, che dovrà spezzare le catene e risarcire gli inferiori delle loro sofferenze. Compare dunque sulla scena un uomo dalle origini incerte, dotato di un indubbio fisico del ruolo, che pretende di essere la vivente realizzazione di quella oscura profezia. Invitato all’istante nel talk-show di prima serata si rivela ricco di acume logico ma purtroppo del tutto incapace di prendere la parola in un dibattito in cui dominano gli insulti artefatti e le scorrettezze più smaccate. Caduto rapidamente nel dimenticatoio, passa gli anni successivi oppresso dal vizio del bere e sbarca il lunario scommettendo su improvvisati incontri di boxe da strada, che gli lasciano ferite nello spirito e nel corpo. Scommette in genere contro se stesso ma per orgoglio finisce per vincere, cioè per perdere. Gira anche un paio di spot assieme a vecchie glorie dello sport nazionale pubblicizzando un dentifricio e un franchising di cibo etnico. Un giorno, svegliatosi di buon’ora e avendo definitivamente perso il lume della ragione, indossa l’abito da eletto – una tunica bianca un po’ consunta – scioglie i lunghi capelli biondi venati di grigio e si incammina verso la sede del governo deciso a farsi esplodere, nel mentre arringa i passanti sull’avvento di una nuova epoca di giustizia e pace. La narrazione si interrompe quello stesso giorno, in un tramonto infuocato a causa dell’eccesso di inquinanti dispersi nell’atmosfera. Il suo fallito attentato non viene trasmesso da nessun network a causa dell’improvvisa notizia di una pacifica rivolta di giovani "inferiori" che occupa tutti i TG locali. A capo della rivolta c’è il figlio del capo del governo.
(Questa storia appare così improbabile, lagnosa e priva di reali spunti di interesse narrativo che converrà caricare oltremisura la caratterizzazione del personaggio per salvarla dalla noia più mortale).

#65
Gli alieni invadono la Terra. Purtroppo si confondono e, a causa di un errore di calibrazione dei loro analizzatori di forme vitali extra-aliene, sbarcano sul pianeta convinti che la specie dominante sia il gatto. Così ingaggiano una guerra mortale coi gatti, tra lo stupore degli umani che assistono alla feroce battaglia. I gatti vincono facilmente, dato che gli alieni sono alti 13 centimetri e hanno un forte sapore di acciuga marinata. In seguito gli umani utilizzano la tecnologia degli alieni estinti per creare un cibo per gatti di nuovo tipo. Malauguratamente, il nuovo cibo per gatti contenente tecnologia aliena produce un effetto indesiderato: rende i gatti estremamente intelligenti e aggressivi. Nel giro di sei mesi dalla sua immissione sul mercato, i gatti sottomettono gli umani e ne prendono il posto come specie dominante.

(segue)

del prendere dure misure

Il giorno prima raccontava una cosa e il giorno dopo negava di averlo mai fatto, contro l’evidenza. Faceva battute sconce nei momenti meno opportuni. In luoghi pubblici apostrofava la gente, donne sopratutto, con epiteti pesantissimi senza rendersi conto che tutti lo sentivano. Alzava la voce durante le cerimonie facendosi notare e creando imbarazzo. Insomma, aveva perso il senso delle proporzioni, della misura. Si metteva al centro dell’attenzione nei modi più strambi forse pensando di fare il simpatico o dio sa cosa pensava. Per un po’ lo abbiamo difeso sfidando il ridicolo, anche per via della sua posizione – lavorava ancora a pieno ritmo – ma dopo un certo limite fu impossibile: per coerenza avremmo dovuto fare quello che faceva lui e sostenere che tutto fosse nella norma. Ma capite che non era proprio possibile. Iniziò a esibirsi in spettacoli improvvisati di meteorismo e a estrarre il suo "affare" in pubblico mostrandolo alle passanti! E allora ci rendemmo conto che non aveva più senso fingere di non vedere la verità, bisognava fare qualcosa, e in fretta. Purtroppo alle volte il tempo è impietoso e la cosa più penosa è quando accade con individui che nella vita si sono distinti tra gli altri, si sono affermati ed elevati, per le cosiddette grandi personalità che hanno sempre fatto mostra delle proprie capacità, del proprio talento, della propria fortuna e vitalità, che hanno quasi imposto al mondo la propria salute fisica, il corpo o il cervello. Si tratta di un contrappasso davvero crudele vederle ridotte in quello stato, un’umiliazione che fa riflettere sulla vanità delle cose del mondo. Be’, a dire il vero mio nonno non era uno di questi granduomini, anzi fu per tutta la vita un individuo del tutto ordinario, ma ugualmente fu molto triste dover riconoscere che la demenza senile piano piano se lo stava portando via. Gli volevamo ancora bene, ovviamente, anzi forse ancora di più e presto finimmo per sorvolare con un sorriso su quelle sue stravaganze. Anche perché questa parentesi di ritrovata fanciullezza, di infantile priapismo entusiasta durò poco, lasciando il passo ad altri, più bui momenti, a un lento inabissarsi, a folate di paura per noi incomprensibili che lo lasciavano del tutto interdetto alternate a momenti d’ira nei quali lanciava minacce terribili, del tutto irriferibili, ad amici e parenti. E quello fu ancora niente. Ciò che venne dopo… Ma si tratta di ricordi troppo tristi e… scusate… davvero, ora preferirei proprio parlare d’altro… Che ne dite, magnifica giornata oggi vero? Posso avere un altro po’ di mostarda…?

il posto sotto l’albero

«

Mio caro,
se leggi queste righe vuol dire che il mio destino si è compiuto e che, come non ho dubitato nemmeno per un momento, tu non hai mai smesso di pensarmi. Sapevo perfettamente che quei versi scadenti e oscuri infilati in modo stravagante nel mio testamento ti avrebbero parlato più chiaramente di un annuncio pubblicitario. Chi altri poteva sapere a quale delizioso "oblio" alludessi e quale "letto d’erba" l’avesse accolto? Chi poteva sapere quale segreto fosse vivo tra noi, e ora solo nel tuo ricordo e in questa piccola scatola di metallo sepolta in un prato sotto un vecchio platano, che hai saputo trovare così a colpo sicuro? Solo tu, solo io, che proprio questo sono stata: il tuo inconfessabile segreto. Immagino lo spavento quando hai capito il significato dei versi. Mi devi perdonare, non sono stata sincera con te, ma in fondo nemmeno tu lo sei stato molto. Sai quella situazione: io so che tu sai che io so… Ecco, non è il nostro caso: io sapevo, tu no. Ho sempre saputo, da quando hai iniziato a pensarci, poi quando l’hai progettato, poi quando hai messo in atto il tuo piano. Sei così scoperto, così infantile, piccolo mio. Ti ho sempre letto dentro. Per questo ti scrivo ora, perché non pensi di essere stato troppo furbo con me. Sapevo e non ti ho fermato, ti ho lasciato fare. Perché? Mi piacerebbe dirti che avrai molto tempo per cercare la risposta, ma purtroppo non è così. Non ho voluto fermarti, ma sapevo che saresti arrivato fino a qui, così proprio qui ho deciso fosse giusto che tu pagassi per le tue azioni. Non a me, evidentemente: nel posto io cui sto ora – sottoterra, disgraziatamente, mentre questa lettera ne riemerge dopo mesi: che debole ironia… – be’, qui probabilmente non mi importa nulla né di te, né di come hai deciso di chiudere il mio troppo scandaloso capitolo e nemmeno di come io ho chiuso il tuo, molto prima che tu iniziassi ad agire. Abbiamo pochi minuti, mio caro, devo proprio dirtelo. Non trovi sia stato un pensiero squisito il mio? Gli ultimi attimi assieme, proprio nel posto in cui tutto… E ti troveranno con le mie lettere tra le mani. Come? Veleno. Fa tanto melodramma, lo so, ma alle volte occorre piegare il buon gusto alle necessità, non trovi? Non serve che scappi, l’effetto è garantito. Inizia con un leggero capogiro, poi il sudore… Proprio così, vero? Poi iniziano i crampi, e da lì in poi non c’è più nulla da fare, è una spirale che precipita nel buco nero dove tutti quanti finiremo. L’importante è che l’esposizione duri a sufficienza. Non penserai che abbia fatto le cose superficialmente? Questa lettera è già durata abbastanza perché tutto accada nel modo giusto. Il veleno è nella carta e l’assorbimento dai polpastrelli è il migliore, dicono. Addio, mio adorato.

"Il letto d’erba che il mio oblio raccolse
conserva un ricordo segreto, il posto
sotto l’albero
che ha visto il mio agosto
parlò per me, quando vita si volse."

»

Olimpiadi

Avrà avuto almeno settant’anni e se l’avessi visto in una serata di gala, fasciato in un completo scuro dei suoi tempi avresti notato l’eleganza della figura snella ancora perfettamente eretta, il cranio sollevato in una posa altezzosa e quasi nobiliare, la chioma argentata e ben distribuita e le mani asciugate dal tempo ma ancora mobili ed espressive, con dita affusolate e perfettamente padrone di afferrare con decisione e porgere con garbo.
Io invece lo vidi per la prima volta emergere dall’acqua del lago a piedi nudi sui sassi della riva, barcollante, la canoa che dondolava malcerta sotto il braccio destro e addosso solo un costume sgambato più adatto a uno di quei giovani bulli di paese che assediavano il pontile esibendosi in tuffi avvitati per far colpo sulle straniere. L’acqua grondava sul petto di tacchino, le lunghe gambette scarne tremolavano e il viso era tirato in un sorriso, o meglio un ghigno di sollievo sfinito di chi dà mostra di essersi divertito “davvero da morire”.
Dev’essere stato orribile invecchiare in un tempo che idolatrava la giovinezza.
La loro capanna era la prima, direttamente affacciata sul lago, appena un metro dal punto in cui la riva pietrosa diventava prato, sotto i pioppi, spartana anche più delle altre benché più ampia. La moglie, di dieci anni più giovane, una specie di valchiria alta e bionda dal volto innaturalmente rugoso, il cui seno immemore esplodeva dentro un costume intero che lasciava scoperte le gambe magre, evidentemente un tempo atletiche e ora più simili a due lunghi tronchi malamente affusolati alla base, lo precedeva come sempre di qualche passo. La sua canoa giaceva inerme ai piedi mentre lei, gambe larghe e braccia alla nuca, scioglieva i lunghi capelli bianchi infradiciati dal lago e ridotti a una massa di alghe lunari esplodendo in un respiro tonante, uno sbuffo da centometrista pronto allo scatto.
Io ero poco più di un bambino ma ricordo bene lo stupore e il pungente ribrezzo che questi due corpi sportivamente rattrappiti, queste incongrue simulazioni di vigoria fisica e giovinezza mi suscitarono. Certo era facile per me allora, morbido, nuovo e nemmeno sgrossato com’ero… Era comunque opinione comune tra tutti i villeggianti, abitudinari frequentatori della spiaggia e del bar e olimpionici cucinatori di salamelle e costine alla brace, che il desiderio del vecchio di essere fisicamente all’altezza di lei, di non esserne umiliato, l’avrebbe portato alla tomba.
Così l’altro giorno me ne stavo seduto sul divano e l’occhio mi è caduto sulla mia mano destra. Ho sempre avuto una grande confidenza col mio corpo, specialmente con alcune sue parti. Le osservo, le tocco, le metto in posa per un istante… Conosco ogni millimetro delle mie mani e onestamente ne sono sempre andato anche piuttosto fiero. Non mi fido più molto del mio cervello e da qualche anno ho a malincuore accettato che peli e capelli vadano progressivamente sbiancando anche nei posti più imbarazzanti. Ma non sospettavo che anche le mani potessero tradirti. Quelle pieghe non erano le solite pieghe, ce n’era qualcuna in più, immotivata; e la carne tra pollice e indice appariva appena svuotata anche se in verità impercettibilmente, e l’opacità appena accennata della pelle del dorso, una sua strana e appena avvertibile secchezza come di terreno che va perdendo l’umidità e comincia a inaridirsi parlavano chiaro.
Rivedevo il mio corpo lanciato nella corsa su una pista di atletica, nemmeno tanti anni fa. O forse sì. Tanti.
Vicino a casa c’è un impianto sportivo fornito di tutto, con tanto di pista in tartan e tribunette. In provincia, è noto, siamo messi meglio che nella metropoli dove i politici tendono a fottersene bellamente dei loro elettori preferendo la compagnia di immobiliaristi e finanzieri. Pensavo, quest’autunno, di andarlo a vedere quell’impianto, magari di chiedere come funziona l’iscrizione, se ce ne vuole una. Immaginavo di andarci da solo, una sera, quasi in incognito (incognito da me stesso, ovviamente, visto che in paese non conosco praticamente nessuno). Mi vedevo entrare nello spogliatoio mentre i ricordi avrebbero cominciato ad affiorare; il sudore, i compagni di allenamento, le ragazze di là, poi i giri del parco come riscaldamento… La pista, le serie di  esercizi. Massaggiarsi un muscolo stesi sul prato in mezzo alla pista respirando la sera e le sue luci calanti, senza pensare a niente, solo la piacevole dolenza di un muscolo e l’odore del proprio corpo sano.
Lo scatto, il cronometro, il giro di pista, il battito ritmato e veloce dei passi calpestati sul terreno, nel silenzio.
Pensavo, non so come, che fosse possibile uno strappo personale all’ordine generale, quello che prevede la rotazione degli astri e il computo del tempo e con esso la inarrestabile degenerazione dei tessuti, il deterioramento delle prestazioni, non riuscire più a fare cose che pensavi naturali, anzi connaturate al te. Pensavo che tanti anni di oblio, di stasi, tanto tempo senza rimettersi a correre avrebbero anche potuto avere un effetto miracoloso e inatteso, preservare muscoli e tendini, ossa e articolazioni dal logorio dell’uso, dallo sfarinamento dovuto all’esercizio continuo. Una sorta di crioconservazione sottovetro che mi avrebbe consentito una seconda giovinezza. Fantasticherie di mezza età.
Così, quest’inverno ho deciso di rinunciare all’ascensore e anche a stabilire il nuovo record dei 400 metri piani per over 40. Non ci saranno valchirie disperate al mio capezzale erboso di fresco infartuato.
Piuttosto vorrei fare come lui: inviterò l’orribile vecchiaia a un giro sulle rapide, lei all’inizio perplessa, preoccupata che io non possa farcela ma poi gelosa della propria superiorità, desiderosa ancora di primeggiare, si farà convincere. E al momento buono, lei avanti di una decina di metri che pagaia furiosa contro i flutti in un punto pericoloso, con un eskimo ben congegnato cui mi sono allenato di nascosto da mesi simulerò la mia scomparsa e guadagnerò la riva col salvagente, lasciandola a lottare da sola contro le acque ribollenti, nel tentativo di ripescarmi.

Al funerale (era una così brava nuotatrice, è inspiegabile… le correnti, certo…) il vecchio, perfettamente eretto, indossava un abito scuro, un volto contrito per l’improvvisa disgrazia e un piccolo, vezzoso fazzoletto da taschino.

punto fermo

Se penso che un tempo la mia opinione ferma, avendo forse in odio il figlio che sono, o lesser genitore, e volendone fuggire il destino a rotta di collo per gettarmi in una vita diversa e lontanissima da quella vissuta nell’infanzia e da una famiglia come tante

immagina: padre madre fratello, impiego fisso, lei casalinga amatissima, quarto piano al Lorenteggio, lui le notti nel ripostiglio a limare i bei sogni del dopoguerra infilati in bottiglia in forma di vascello fantasma, un’infinita abilità nelle mani ma sprecata, inutile come l’infernale diurno passacarte e d’estate la festa: un’anguria a freddare nella vasca, senza contare le sterminate sere nel tinello buono al lume della televisione e insomma, quanto t’odiavo e t’amavo allora padre mio, poi la tristezza sempre accanto e il fucile puntato degli sguardi altrui, il tallone del mondo sempre sulla schiena

e insomma volendo fuggire a capofitto verso una vita che immaginavo allora libera e senza lacci che fossero d’amore o di doveri e impieghi, capuffici, noia e non so dire con esattezza qual altra fantasia mi agitasse, e quale spavento e nausea, quale desiderio fortissimo e adolescente lungamente sviato: respirare, finalmente

ecco se penso che il mio intendimento fu in piena coerenza di non volerne di figli, per nessun motivo e anzi una volta, molto tempo dopo, quando pareva che l’errore un figlio l’avesse chiamato nostro malgrado io caddi stecchito proprio come l’adolescente che non ero più restando a fissare l’aria per tutti i giorni necessari alla smentita, e mi portavo inebetito qua e là riuscendo soltanto a mormorare qualcosa come e adesso? terrorizzato com’ero da quel “per sempre” che il divenire padre porta con sé e non perché la mia vita fosse poi come l’avevo sognata (anzi che te ne fai della libertà se ci sei nato a capo chino? ormai convinto comero di esser tagliato da un ceppo fradicio e inadatto al fuoco)

se penso che tutto questo accadeva in un tempo nemmeno lontano da una lunga, luminosa sera in cui tu issato sul mio ginocchio come sull’albero maestro chiacchieri la sola frase che sai, dentro un sorriso in cui non si distinguono carne e cielo e la tua mano non s’è ancora chiusa contro di me, come farà, e non conosci ancora questo ripostiglio di parole non migliore delle quattro pareti di mio padre, ora finalmente posso ridere di me e della smaccata, felice verità: quanto coglione ero, non l’immaginavo nemmeno. Quanto lo sono ora, non m’importa più.

Quella sporca metà letteratura

(ricordarsi per la prossima volta: il blog non è fatto per i testi lunghi. Nel caso, regalare un grazioso file pdf stampabile)

***

La cosa più difficile è sempre iniziare, rompere il ghiaccio, varcare la soglia del silenzio (notate il numero tre che ritorna come nelle fiabe, nei ritornelli, nelle cantilene. Ecco che l’ho fatto di nuovo). Certi inizi sono catastrofici, segnano tutto lo svolgimento. Soprattutto quei tentativi di nascondere la difficoltà di iniziare buttandosi a corpo morto nel mezzo della scena, più fingono disinvoltura più mi sembrano fasulli, mal recitati. Quegli inizi da ora te la racconto io, con la manina alzata e il polso slogato, mondanissimo. Quegli inizi simulati, da io ero lì, ho visto, la tragedia iniziò alle ore sette e trentadue. Quegli inizi da sembra che parlo d’altro ma poi te le rigiro, ah come te la rigiro, la frittata. Conosco colleghi che studiano tutte le mossette allo specchio, diomio che personaggi patetici. Si comportano come attori consumati ma la natura limitata dei loro mezzi dilettanteschi balza agli occhi. Mettono su la loro faccia migliore ma è tutto un tremolare di strutture vacillanti. Non c’è come aspirare alla bella forma per farci precipitare nel ridicolo. Io mi baso sempre sul presupposto che una lezione non è la vita, è una lezione. Una lezione ha le sue premesse, i suoi svolgimenti, i suoi epiloghi. Avete mai visto un epilogo allo stato brado, in natura? No, non ci sono epiloghi nella realtà. Né epiloghi né tutto il resto. Quindi entro, saluto nel modo più formale possibile, e poi non faccio altro che enunciare ad alta voce quello che sto facendo: ora esporrò i problemi emersi la volta scorsa, e li espongo, ora passerò in rassegna le possibili soluzioni, e le passo in rassegna, ora mi fermo perché devo raccogliere le idee, e le raccolgo, insomma… Ovviamente i miei colleghi, molto scamiciati, ritengono che questo modo di procedere sia la summa della pedanteria, avanzano critiche di didascalismo, mi oppongono il loro procedere disinvolto, naturale, le loro lezioni en plein air, il loro roboante dispendio di aggettivazione ai limiti dell’orgiastico, pretendono di succhiare il midollo, e mi affibbiano nomignoli poco lusinghieri. Naturalmente nessuno di loro è in grado nemmeno alla lontana di afferrare il senso di due semplici minuti di una mia lezione, gran massa di ignoranti scansafatiche, puttanieri d’aula, vibrafoni dell’idiozia libresca. Lo so perché ho fatto la prova. Stavamo a Roma per uno di quei convegni, mi ricordo che alloggiavamo in un albergo al Pincio, era caro, si mangiava da schifo, e non c’era il frigobar. Il mio cognome italiano tra l’altro non mi aiutava per nulla a schivare la noia senza tregua delle presentazioni, per non parlare delle relazioni supponenti e polverose di certi emuli improbabili. Così in un paio di pomeriggi afosi ho buttato giù e poi fatto circolare sottobanco un testo, che ho spacciato per un saggetto inedito del professor Uttare, sulla semantica del paesaggio letterario italiano. Ovviamente ho copiato tutto dalla guida Routard, mischiando i riferimenti, cambiando i nomi e sovrapponendo brani di un testo di informatica per le medie superiori rubato al figlio del portiere di notte, ragazzo acneico ma scrupoloso. Questi idioti dei miei colleghi sono andati avanti sei mesi a elogiare, magnificare, discutere, commentare, compendiare quella paccottiglia. Per dire i soggetti.
Ora devo fare mente locale perché non so come cominciare e mancano solo quindici minuti all’inizio. Per arrivare in aula devo percorrere tutto il parco, circumnavigare il sommerso palazzo della biblioteca, dico sommerso perché oltre ai due piani visibili il suo maggior sviluppo sta nei cinque invisibili piani sotterranei, un vero labirinto infinito, il quartier generale della divagazione fatta edificio (qualcuno pretende che ci sia gente che ci vive in biblioteca, letteralmente, da anni, gente che non esce nemmeno di notte per via del caro affitti della zona. Ci abita insomma. Di giorno simula interessi studenteschi e libreschi soggiornando nei lunghi pertugi stipati di ogni sorta di materiale culturale mondiale, caracollando qua e là, confondendosi con la fauna locale di giovanotti industriosi leggenti riviste di astrofisica, di meravigliose e atletiche studentesse immerse in tomi post-strutturalisti, il capello biondo a tendina chino sulla pagina per scoraggiare l’abbordaggio professionale, accucciate nelle strettissime scrivanie incassate nei corridoi, o mischiandosi con professori di mezz’età stravaccati sui divani e infine gemellandosi in prospettive visive impercettibili con timidi e coltissimi studenti indiani che ardiscono togliersi le scarpe da ginnastica sotto il tavolo di lettura. Di notte, quando l’ora si fa tarda e cambiano i turni degli impiegati addetti al prestito o al trasporto di pile di edizioni economiche su certi stretti carrelli metallici, nessuno li vede più, costoro, ammesso che qualcuno li avesse notati, o distinti prima; sembra si occultino nell’ombra – a dire il vero inesistente visto che l’illuminazione artificiale rimane identica per tutte le ventiquattro ore – tornano ai propri nascosti giacigli, a ipotetiche attrezzate cucce da notte, a recessi sconosciuti nel corpo enorme e silenzioso dell’edificio. Sempre che non sia la solita leggenda metropolitana. Io in quattro anni non ne ho visto nemmeno uno, anzi una volta ho visto alcune tracce se così posso esprimermi ma dato che non sono un segugio, non amo la caccia al colpevole, non subordino tutto il mio piacere all’ossessione paranoica di mettere in fila tutti i fatti per giungere all’unica soluzione possibile anche perché l’unica soluzione possibile, il regno del bene o del male assoluti, non esiste, allora ho preferito formulare un fascio di ipotesi tra cui quella del fricchettone imboscato tra gli scaffali non era la più accreditata e quanto alle altre preferisco tenerle per me). Poi oltre la biblioteca c’è da percorrere il colonnato, infilare il portone in legno di quercia intagliato con gli emblemi dell’ateneo, della città, dello stato, fare i due piani fino alle aule del terzo anno e finalmente…
Mentre lo costeggio osservo il grande prato antistante la biblioteca: attualmente vi soggiorna la consueta fauna di giovanotti prendisole, virgulti della nostra futura classe dirigente che ammazzano il tempo della migliore vigoria fisica a scolpire l’addome e a tornire il gluteo, mentre l’aria primaverile è attraversata dall’aroma chimicamente alterato di abbronzante al cocco. Nel complesso la scena si approssima all’immobilità. Il campus a quest’ora di mezza mattina sta ancora smaltendo il vasto circuito di festini in camera e di tornei di minisoccer che ogni sera imperversano negli spazi comuni dei vari edifici, con annesso consumo di alcool e cannabis sativa e sviluppo di tresche più o meno amorose modello serial tv, lei, lui e i loro amici in un campus del Maryland nei violenti anni ’90. Fortunatamente il viottolo di transito pedonale percorre il prato defilato sulla sua sinistra, guardando l’edificio basso della biblioteca, così che posso facilmente evitare di incrociare Mark Harris e i suoi tormentosi problemi con la semantica chomskiana che mi affliggono ogni martedì e venerdì pomeriggio.
Al momento la sua testa riccioluta sta girata di 35° dalla parte opposta rispetto alla mia linea di transito, in perfetto allineamento con la schiena nuda dell’avvenente Janet Mitzer, a quanto pare la più promettente allieva nel corso di scrittura creativa del giovane professor Asher Ben Innom, a sua volta uno dei più controversi e brillanti scrittori emergenti del paese, in visita quest’anno qui da noi. La Mitzer ha consegnato per l’esame di metà corso un racconto dal titolo Tentativi ragionevoli, perdite collaterali. Che nonchalance. Sessantatre pagine. La Mitzer scrive con lo stesso stile con cui gioca a tennis, battuta, diritto, lungolinea, volée, punto, con la stessa naturalezza con cui ruota la testa per guardarti con l’aria di chi può trapassare la struttura epidermica e catalogare con precisione lo stato degli organi interni, con lo stessa atletica svogliatezza con cui cammina, si siede, prende il sole, si cosparge le lunghe braccia di protezione totale. Scivola, oleata, dentro la struttura liquida della sua esistenza che non le oppone alcun freno, alcuna difficoltà accessoria. Non c’è che l’indolenza del suo corpo che, verificata l’esatta uguaglianza di azione e successo, possa farla precipitare nell’inerzia, nell’assenza assoluta di significato. Tre set a zero o nessun set, sessanta pagine o nessuna pagina, o le due cose assieme. Sprofondare.
Il povero Mark ovviamente non ha alcuna speranza di cingere più da vicino e con i suoi arti superiori questa che i disinformati ritengono la più quotata aspirante promessa del nostro ateneo (poiché lei non aspira proprio a nulla che già non possa avere e una promessa non sa cosa sia), non più di quanto Ben Innom ne abbia di superare il confine che separa il tormento creativo dall’approvazione dell’establishment politico che regge le sorti dell’apparato militar-culturale, il giro grosso, i magnaccia. Ad ognuno il suo fallimento, in catena.
Lupus in fabula, è il caso di dirlo, ho appena percorso tutto il viottolo sotto gli alberi di gimko e doppiato l’angolo ovest della biblioteca che mi trovo di fronte proprio Ben Innom e il suo sguardo torvo. Il ragazzo è uno di quelli che crede al contagio della serietà e al potere salvifico dei caratteri mobili. In altri termini egli strofina il palmo sulla pagina scritta e si aspetta di riceverne in cambio una definizione circa la propria posizione nel mondo. Un realista al contrario, prima inventa poi cerca di assomigliare alla propria invenzione. Si industria di allestire le sue macchine di serietà e di venirne rispecchiato come colui che è quel che appare. Per quel che ne so brucando la risma impiombata ciò che si può contrarre è al massimo un bel cancro gastro-esofageo.
- Oh, professore, ha poi letto quel testo che le ho inviato per mail?
- Eh… (simulo, ho i minuti contati)
- Si ricorda, quel progetto di ricostruzione psicocazzica del megatrone storico della situazione politica interiore… (per me può anche aver detto davvero queste parole, non lo sto ascoltando, sto seriamente pensando a come iniziare, iniziare è il vero problema, altro che psico-coso, iniziare, iniziare, e poi proseguire, anche questo è un bel problema, in questo mese m’è capitato tre volte di iniziare e giunto a un terzo del percorso di impantanarmi, non riuscivo più a capire dove volessi andare a parare, tutte quelle varianti da considerare, quelle biforcazioni, quelle gemmazioni, di colpo non ho trovato la forza, la spinta, non coglievo lo scopo, insomma perché questo e non un altro, perché concatenare così invece che all’opposto, dove sta il disegno complessivo, quello che inquadra il senso di ogni singolo atto? Perduto. Sono rimasto lì a fare da palo alla cattedra mentre sentivo il brusio salire dall’aula, sospettavo lo sconcerto, o per lo meno la sorpresa, ma forse si trattava di brusii di conferma di sospetti preventivi che stavo avallando oltre la mia volontà, brusii in fase di decollo, chiacchiere aperte, movimenti, spostamenti, che si sono fatti più pressanti fino all’acme dello sbandamento generale di arti in libera uscita rapidamente riordinato nel frastuono monotòno di una marcia intruppata lungo gli assi di svuotamento e che in breve si è spento. A quel punto sono rimasto praticamente solo se escludiamo Mark Harris che avvicinandosi ne ha approfittato con la solita richiesta di precisazione chomskiana e una coppia che dedicandosi in modo scientifico all’accoppiamento nelle file alte non si era accorta di nulla. Mi chiedo se si trattasse di nuovo della Mitzer, il che renderebbe piuttosto claustrofobico il tutto) …insomma la situazione è grave lei ne conviene.
Io convengo con qualsiasi cosa e sono aperto a tutto, così gli stringo la mano, gli do un paio di pacche sulla spalla incitandolo a non demordere, a insistere, lo blandisco alludendo vagamente all’importanza di qualcosa che presumo lui abbia scritto o detto, la forma, la Forma, quanto conta la forma altro che sentimenti opinioni azioni conta la forma, tutto si fa per la forma. Per un noto fenomeno di isteresi dei campi magnetici lui rimbalza dalla sua precedente serietà molto compresa dei problemi del mondo all’attuale vanagloria e si trova quindi spiazzato, arretra di un passo circonfuso di gloria e io ne approfitto per infilarlo sulla sinistra e salutandolo lasciarlo sul posto. Perché se c’è una cosa che dobbiamo riconoscere all’esimio collega professor Roman Uttare è la rispolveratura degli agelasti, di cui drammaticamente non parlava più nessuno. Una setta più temibile di Dianetics, che non trova freni adeguati solleticando come fa l’universale aspirazione alla maturità, alla serietà, al nascondimento del culo naticoso e quindi anche al nascondimento di se stessa e del proprio potere. Gli agelasti sono ovunque, negli emergenti e negli affermati, nei padri della patria e negli scarmigliati lottatori per l’occultamento del proprio culo, nei vati e nei profeti di sventura e in generale in tutti coloro che hanno qualcosa da dire e ahinoi lo dicono. Ora però comincio a temere di avere contratto dei superpoteri di evocazione perché i due figuri che intralciano lo svolgimento già problematico del mio cammino ossia il mio avvicinarmi all’inizio e ai suoi problemi, proprio all’angolo nord del colonnato, non sono proprio Roman Uttare in persona, l’universalmente noto autore de Arriva! L’era del compratore, e il collega Caius Fittipaldi, che gli saltella intorno come un rospo? Tendo sempre a dimenticarmi che Uttare è svedese, senza questa informazione si fatica a capire di chi stiamo parlando. Come posso averlo evocato fin qui dalla natia Svezia, la terra dei Nobel e dei mobili componibili? Se si tratta di un fantasma della mia immaginazione sovraeccitata posso tentare di passargli attraverso, sperando di non rimanere invischiato nei suoi fumi paludosi. Va bene gli agelasti, ma gli inizi, i cominciamenti, dove li mettiamo? Sarà qui per qualche convegno di cui ho perso la nozione. Dev’essere così. Senza dimenticare i finali, quelli sono un cruccio anche peggiore. Mi riesce sempre più difficile terminare tutto entro l’ora stabilita. Certe volte mi capitava di lasciare alla fine le faccende decisive, che nel mio progetto dovevano illuminare a ritroso tutta la lezione, ma poi mentre stavo per dare il colpo di grancassa e pompare nella cornamusa per dirigermi come un sol’uomo verso l’accordo conclusivo, questi si alzavano in coro e intonavano la marcia finale, il de profundis per suola e ciabatta e scalpicciando abbandonavano il teatro essendo scoccata l’ora X. Così ci si industria. Si inventano falsi finali, si retrocede il finale a tre quarti e poi si infilano zeppe o si finge di ricominciare, chi vuoi che se ne accorga, i più ti ascoltano a pezzi, a parti, la testa ciondolante, le braccia nell’abbandono sgraziato e la bolla al naso, e peggio ancora ricorderanno solo parti di quelle parti, è tutta una gran fatica inutile. Oppure per sicurezza si comincia dal finale, si chiudono i conti subito e poi si tirano le fila delle premesse, li si stordisce con l’anticausalità, chissà che qualcuno colga il verso satanico quando si tira il collo della forma e lo si gira all’indietro, un trucchetto, come si capisce. Dunque Uttare. Dunque Fittipaldi. Mentre mi avvicino sento costui che squittisce.
- Oggi si tratta solo di vendere, vendere e promuovere. Ma che differenza c’è per esempio col ramo assicurativo? Nessuna. Capisce?
Se allungo il passo forse li trapasso e sono salvo.
- Sì, ma vediamo. perché dovrebbe esserci differenza? In quel che lei dice, caro Fittipaldi, pare implicito un tono dispiaciuto, come di chi pianga una caduta. Ma chi lo crede più? Lei si illude se pensa che qualcuno assegni a noi un ruolo superiore. Lei sogna come sognano i filodrammatici, gli aspiranti, i vati tormentati.
- Mah… Insomma, ci dimentichiamo di Zabriskie, di Tendrenis, di Gonosi, di Upperal, di Siller?
È affranto altrimenti non sarebbe ricorso alla litania dei santipadri.
- Ognuno di loro sapeva bene quanto le sto dicendo. La nostra è attività di valore e tipo non differente da ogni altra, e a volte anzi inferiore. Essa convive con la propria trivialità, con l’esibizione, e se ne vergogna. Perché mai dunque dovrebbe differenziarsi dalla generale attività del mondo, e dai modi in cui esso sussiste effettivamente? Forse, questa è malizia, perché è nata con la divisione del mondo in potenti e impotenti, così che i primi si potessero dedicare a faccende superiori ed elevate schifando la feccia delle faccende domestiche di cui si occupa il volgo? Di questo sentiamo la mancanza?
- No, no, solo noi, solo la vera lingua può salvare e giustificare la lingua comune ormai perduta e alienata, può restituirci un mondo non infettato.
Sono a trequarti e ancora non mi hanno visto. Possibile? Forse si tratta proprio di spettri, o io sto sognando. Forse sono ancora nel mio letto, la sveglia non è ancora suonata, sul bordo della coperta i ricami ingaggiano la loro battaglia, quelli di destra si impennano di passione seguendo la piega circonfusa di rossore intorno al mio braccio sepolto, quelli di sinistra si chinano avvallati e si sparpagliano lungo il bordo scosceso del copriletto, il silenzio mattutino è qua e là percorso da fremiti,  il termosifone che si avvia, il frigo che ronza. No, se fosse un sogno niente impedirebbe ai sognati di vedermi, mentre sulla capacità di interlocuzione di uno spettro coltivo ancora dei dubbi.
- Noi siamo l’infezione, mio caro, non la cura. Siamo nati nella divisione e proprio nell’astrarci riveliamo tutta la nostra implicazione. Stupirsi perché oggi alla buonora cade il velo della compromissione vuol dire essere troppo abituati a sognare. Quindi nessuno stupore. Semmai è proprio cercando una diversa intimità colle faccende umane che forse qualcosa di tutto ciò potrà darsi un futuro.
- Questo è distruggere! Noi diciamo verità che solo noi possiamo dire.
- Dunque me ne dica una.
- Non posso! Non posso!
- Eppure lei ne ha pur dette finora, o pretende di averlo fatto, sono dunque senza valore?
- Lo nego, lo nego decisamente!
- Ciò che facciamo, caro mio, è solo inutile prolissità. La maggior parte di ciò che diciamo può essere adeguatamente esposto in tre righe senza alcuna perdita essenziale e il resto è pura zeppa, pura imbottitura. Quanto è sovrastimata l’inutile e snervante fatica di chi passa il tempo a riempire di inutilità tre semplici righe? E tutto questo interesse per la testa! Lui pensa, lei pensa, lei si aspetta, lui ama, loro odiano, allora dice, allora risponde.
- Ma no, ma io
- E i matrimoni, lui è divorziato e la sua ex che fa? lui conosce lei, lei parte soldato, l’amore e le guerre, uh che dolore, anche ai piedi, e i parenti stretti in un angolo, quand’era bambino, così carino, lo seguiamo finché marcisce, e il triangolo, il quadrilatero e le figure poligonali che si sovrappongono nella noia più mortale, se c’è uno presto fruttifica un altro e poi un altro sulla scena, eccoli lì, nella penombra così domestica, maneggiamoli come statuine, e tutti che pensano, fanno, ora questo ora quello e tutto questo ciarpame che si estende identico in ogni testa del mondo elevato al rango di verità di pubblico interesse. Ma non si indigna lei, non le ribolle il sangue dal disprezzo?
Non mi hanno visto, non è incredibile? Li ho superati indenne. Non sono loro gli spettri, sono io, io sono invisibile. E mi sono anche fermato, ho rallentato, ho strizzato l’occhio al vecchio svedese. Niente. Inutile, non vedrebbero un esercito in marcia a due passi da loro, la colonna degli autoblindo e delle jeep, le salmerie viaggianti, il milite che salta giù e raggiunge di corsa il camion che lo precede gridando un ordine incomprensibile nel frastuono, nel fango che si frulla il rombo dei mezzi pesanti e cingolati che issano ognuno il proprio cannone a stendardo, la fiumana dei fanti impilati e da ogni bocca il refolo di fiato che si condensa in gocce gelate, a perdita d’occhio. E loro lì, immobili come paracarri a spolverarsi la giacchetta e a rinfacciarsi accuse di scarso realismo.
Già che ci sono ne approfitto e chiedo un passaggio a un ufficiale in sidecar. La sua divisa è impeccabile malgrado la scena si presenti confusa e tenda a franare leggermente, qui sulla destra del nostro campo visivo, dove i due fatti, entrambi inoppugnabili, si contendono il diritto alla citazione. Onestamente non so decidermi, mi trovo spiazzato. Non c’è una ragione sufficiente perché debba condannare all’oblio una possibilità così insperata come un’avventura guerresca del tutto inoffensiva, la tentazione di seguitare ad accumulare alla rinfusa, la mortale tentazione di procedere a braccio lasciando che fruttifichi da sé, un fatto dietro l’altro, automatica e prevedibile nella sua inverosimiglianza, infaticabilmente divertita. Così taglierei il nodo dell’inizio una volta per tutte, per non parlare della fine. Mentre sto lì con un piede nell’alloggiamento e mi chiedo come andrà a finire e se l’ufficiale intenda farmi viaggiare restandogli in braccio, nella calotta del sidercar così domestica e calda ripiena com’è di coperte e paravento, il suo sguardo fiero tremola sotto l’effetto della leggera distorsione, ma il suo saluto senza parole è più che cameratesco, sottintende una fratellanza di destino che va al di là della comune origine nazionale o del dovere di proteggere il suolo natio o dell’onore che così adeguatamente stira la sua giacca in pieghe precise, compilate al millimetro. In sogno capita alle volte che un volto sconosciuto riveli dei tratti che ci sono profondamente familiari: in sogno sappiamo che quello è nostro fratello o nostro padre anche se il suo profilo non ha niente a che fare con la realtà anagrafica, è il padre che la nostra emozione più lontana ha fantasticato, il volto di una riconciliazione mai avvenuta, di segreti cui avremmo voluto essere messi a parte. Forse è la forma incarnata dell’amore che nostro padre provava per noi quando eravamo lattanti, che abbiamo scorto sul su viso allora e che mai lui ha saputo e noi ricordato, tanto era incomprensibile, fuori categoria, letteralmente insensato. Infatti è probabilmente lo stesso viso trasfigurato che volgiamo a nostro figlio, incerti che lo possa vedere dietro i nostri tratti casuali, disposti così come viene, un naso qui, gli zigomi colmati fino a un punto x (perché non di più? Perché non quei due millimetri che distinguono il mostro dall’eroe, la bellezza dall’insignificanza?), l’occhio in tre parti uguali, secondo una legge di parentela che li fa più simili a un gioco di destrezza che formati a dovere, senza recare alcuna scritta certa, amorevoli tratti carnali goffi e innocenti di tutti, passeggeri e mortali.
Sto prendendo una brutta piega non c’è alcun dubbio, direi che sto precipitando nell’infinitamente piccolo. Cerco un ultimo colpo per far proseguire ancora la curva del mio andamento verso l’inizio prima che si inabissi definitivamente in un fallimento prematuro: in certi casi è meglio far affidamento sull’inerte stupidità del corpo e dell’abitudine, ad esempio quella delle gambe di muoversi.
Ora l’ufficiale ha il grugno del professor Uttare che da due centimetri mi osserva i pori del naso.
- Professore, non è un po’ tardi per queste divagazioni? Io la seguo finché stiamo su un terreno solido, fondato, ma questi svarioni, insomma, sono del tutto datati, e inconcludenti. Lei sembra non avere alcun piano, e passi, ma abbandonarsi così a questo languore senile, così non si va proprio da nessuna parte.
Mi sta parlando, questo relitto postmoderno, questo anziano così giovanile dalle carni secche e molli, ma io ormai sto immaginando tutt’altro e le sue parole mi arrivano smozzicate, fruscianti, come il giornale radio del vicino d’ombrellone quando te ne stai sdraiato ad occhi chiusi e i rumori intorno si stemperano, si sfarinano collocandosi ognuno all’incrocio esatto di un diagramma immaginario al cui centro stanno le tue orecchie adagiate al suolo, una per parte, nel fruscio della sabbia che scivola granello dopo granello verso il centro del mondo. Davanti a me, con la consistenza di un miraggio, c’è la porta dell’aula, e io mi osservo mentre sto afferrandone la maniglia squadrata, sto ruotandone l’asse che non oppone che una leggera resistenza metallica, il perno imbullonato che si infila nel corpo di legno fa per torcersi. Qualsiasi cosa ciò significhi, o non significhi, questo è un ingresso, un punto di entrata. Il palco si sta per aprire, oltre questo punto infinitamente vuoto, infinitamente sottile, tutto è sul punto di iniziare.

(continua indefinitamente)

gaudente tua sorella

Ieri che era Natale alle dieci sono andato alla messa col mio amico Vanzio, che di cognome si chiama Vanzini, e ci siamo messi nei banchi in fondo a parlare della Mastretti. Noi parliamo spesso della Mastretti perché viene sempre all’oratorio con i pantaloni attillati e in più gioca a pallone meglio di molti maschi (io e Vanzio non giochiamo a pallone perché Vanzio non è capace di correre normale, così gli faccio compagnia e allora stiamo sotto gli alberi a bruciare gli elastici con l’accendino e a parlare di fumetti e della Mastretti). A un certo momento il prevosto, che è grasso ma ha la vocina, ha detto: che eravamo un’umanità gaudente e disperata che chiedeva aiuto. Io e Vanzio ci siamo guardati perché mica lo sapevamo cosa voleva dire, ma abbiamo fatto finta di niente per non farci capire all’altro che eravamo degli ignoranti. Il prevosto ha detto anche: che non eravamo autosufficienti ma ci serviva un Salvatore. Io e Vanzio abbiamo stravaccato gli occhi perché Salvatore è uno della nostra classe e ce ne sono pochi di cretini al mondo come lui, su questo non avevamo nessun dubbio. Così ci è scappato da ridere, anche se sapevamo che il prevosto non intendeva Salvatore Muffio, il nostro compagno, ma un Salvatore per modo di dire. Cioè, io lo sapevo, Vanzio non lo so. Però mica potevo digli a Vanzio che era un gaudente per scherzarlo, dato che se mi chiedeva cosa voleva dire ero bello che fregato.

Così quando alle 11,35 sono tornato a casa ho detto a mia mamma se sapeva cosa voleva dire che ero gaudente e disperato, e lei ha detto che voleva dire che avrei rifatto la terza. Siccome però che lo diceva con la faccia che mia mamma fa quando mi vuole far credere qualcosa, così che io poi faccio la figura del pollo, ho detto solo ah, come se la sapevo lunga. Allora sono corso da Goretti che sta sul mio pianerottolo perché suo padre fa l’infermiere e torna tardi la sera anche un po’ brillo perché va nei trani che poi sarebbero le bettole e in ospedale ne ha viste di tutti i colori, dice, ed è anche molto simpatico perché ci chiacchera sempre con noi ma senza fare la vocina cretina perché siamo bambini. Comunque il signor Goretti non c’era e a Goretti Alfio che è suo figlio non è il caso di chiederci niente dato che è un tipo un po’ originale. Vabe’, a dire il vero a Goretti qualche cosa ho detto ma lui ha risposto: che dovevo chiedere a mia sorella cosa voleva dire gaudente, ma sto Goretti è un allupato e mi sono già accorto che luma mia sorella più grande di continuo anche se lui dice di no e che è mia sorella a fare la provocatrice. Goretti va un sacco all’oratorio e suo papà l’infermiere è un po’ preoccupato.

Così al pomeriggio sono andato da mio nonno che di solito mi dà le risposte giuste. Ho detto, nonno, il prevosto dice che siamo gaudenti e disperati, ma vaffancuore mi ha risposto mio nonno, te e quel pistola di un prete, perché per lui sono tutti preti uguali e dice sempre così che infatti gesucristo era uno allegro e l’hanno messo in croce loro, anche se secondo me non è possibile per via dei tempi diversi. Io per vedere cosa diceva ancora ci ho detto che lui non era autosufficiente, sempre secondo il prevosto, allora lui quasi mi tirava dietro una ciabatta, perché ci tiene parecchio e va ancora ai giardinetti a lumare le signore coi cani, altro che non autosufficiente ha detto e si è alzato che quasi saltava su come un grillo, perché mio nonno ha fatto la guerra da tutte e due le parti, non perché non sapeva scegliere ma perché a quei tempi si mangiava mica e non c’era tanto da scegliere, dice lui. Mio nonno è un bel tipo e a me mi piace parecchio di più del prevosto, anche se io al prevosto non gli dico tutte le parole pesanti che gli dice mio nonno che però ha le sue buone ragioni, anche se io non le so tutte dato che sono ancora piuttosto piccolo.

 

il prevosto